Quelli che

Quelli che visualizzano su wa il tuo messaggio e non rispondono.

Quelli che mandano messaggi in continuazione a cui tu non dai risposta.

Quelli che credono di conoscerti meglio di tutti e invece non stanno capendo un cazzo.

Quelli che c’erano sempre e ora non ci sono piu’

Quelli che ti proteggevano e che adesso ti hanno lasciata senza paracadute.

Quelli che entrano a gamba tesa nella tua vita e ti lasciano a terra azzoppata, perchè non hai visto il colpo arrivare da dietro.

Quelli che ti devo portare a pranzo, a cena, a letto, a ballare e scompaiono improvvisamente (senza morire)

Quelli che passano dall’affetto alla stanchezza e ritornano all’affetto.

Quelli che hanno difficoltà di gestione.

Quelli che non hanno idea di quanta difficoltà avranno se tu gli mancherai di colpo.

Quelli che andranno avanti lo stesso e diventeranno un pensiero molesto.

Quelli che sono un grande riampianto e non saranno mai un rimorso.

Quelli che ti vengono a cercare dopo una vita e parlano di NOI.

Quelli che ti rimpiangono e ci inciampi in continuazione.

Quelli che non vogliono pù vederti e non ti danno spiegazioni.

Quelli che scrivono ti voglio bene e non sanno che tu ci credi.

Quelli che se scompari dalla loro vita gli fai un favore.

Quelli che se riappari nella loro vita gliene fai dieci.

Quelli che hai trattato da re e da regine e non si sono accorti che erano monarchi solo perchè li hai incoronati tu.

Quelli che ho incontrato e quelli che incontrerò.

Quelli che hanno nomi, volti, sesso, colore e idee diverse ma diventeranno, anche loro, quelli che.

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IL POSTO VUOTO (2)

Ermanno era sempre il solito uomo.
Tutti questi mesi non avevano apportato alcun cambiamento al tran tran delle sue giornate.
Levatacce, treno, posto vuoto a fianco di quella donna che pareva lo aspettasse tutte le mattine.
Erano passati tempo, ma il rapporto tra i due non era cambiato.
Solo lei pareva più stizzita, vista l’immobilità di Ermanno.
Eppure era attratta da questo uomo che non faceva nulla per provarci, nonostante lei avesse cambiato posto qualche volta, per punirlo e vedere se la cercava, il rossetto, per vedere se la notava, dimenticato un paio di guanti che lui non aveva visto ed erano andati persi per sempre.
Odiava che Ermanno la facesse sentire trasparente.
D’altro canto, Ermanno, uomo abitudinario, aveva visto che lei aveva cambiato posto per qualche tempo, ma si era seduto lontano, certo che la donna fosse infastidita dalla sua presenza.
Eppure il cervello dell’ uomo era in ebollizione.
Quel posto vuoto, per lui significava qualcosa.
Un piccolo traguardo da raggiungere prima di arrivare al lavoro, quasi una scommessa con se stesso : se stamattina trovo il posto vuoto a fianco di lei la giornata andrà bene, si era trovato a ripensare.
Quindi, rispetto alla prima volta in cui avevano condiviso il sedile erano mutate due cose: a lei veniva il nervoso perchè lui non la considerava, mentre a lui non interessava più solo il posto finestrino, ma anche conoscere la donna.
Il tutto senza proferire verbo.
Una sorta di sfida silenziosa che li portava ad essere anche più antipatici di come erano.
Quasi fossero una vecchia coppia che condivideva da anni il tragitto e mal si sopportava.
Giorno dopo giorno, come in un film in bianco e nero, perchè la primavera tardava ad arrivare e tutti erano imbacuccati come a novembre, astiosi e uggiosi come le giornate che scorrevano fuori dal finestrino.
Improvvisamente, una mattina, lui alzò lo sguardo dal tablet perchè lei si stava alzando, per prepararsi a scendere e trovò il coraggio di chiederle:
“Siamo già arrivati?”
Lei lo guardò, muta.
Lui ripetè la domanda, a voce leggeremente più alta.
“HO LE CUFFIE NON TI SENTO” scandì lei, guardandolo in viso.
Lui rimase lì,con una espressione stupita.
Allora lei fece una cosa imprevedibile, alzò la mano e gli fece una carezzina sulla spalla.
Aveva avuto la prova che Ermanno non era a posto, come si diceva dalle sue parti gli mancava un martedì per fare la settimana.
Se no si sarebbe accorto che lei, da sempre, ascoltava la musica mentre era in treno.
Sorrise fra se e se.
Non era lei che aveva qualcosa che non andava, era lui che aveva dei problemi.
Gli avrebbe tenuto ancora il posto, ormai Ermanno gli faceva tenerezza, come fosse un bambino in una grande città, smarrito fra le vie delle relazioni umane.
Ermanno non reagì a quel tocco, guardò fuori finestrino e in fondo, dopo le nuvole nere, intravide un raggio di sole.
Aveva ragione lui, se trovava il posto vuoto accanto a lei, la giornata sarebbe stata fortunata.

Scrivevo il tuo nome

Pioveva, faceva freddo, le bella stagione ancora tardava a venire.
Avvolta in un maglione che lui aveva dimenticato, Catia guardava fuori dalla finestra.
Il silenzio era rotto solo dal rumore del vento, da una goccia che insisteva da una qualche parte e dal rumore dei suoi pensieri.
Catia era una donna molto bella, ed era conscia di esserlo ancora, anche se aveva, con gli anni, preso qualche chilogrammo e, inevitabilmente le rughe avevano disegnato intorno ai suoi occhi una leggera ragnatela.
Ma non le interessava molto di apparire.
Aveva già dato, un marito calciatore professionista prima e allenatore poi le avevano aperto i salotti della Città Eterna, di quella di Napoli e pure della Sardegna.
Senza contare Genova, dalla quale lui proveniva e pareva che ogni volta che lui tornasse a casa ci fosse la banda in piazza.
Quando lui se ne era andato, lei se lo aspettava da un pezzo.
La vita da zingari aveva sempre attutito i loro scontri, appena si fosse sgonfiato il pallone lo sapeva che sarebbe stata sostituita.
Per quello si era creata un giro di amicizie e di lavoro al di fuori del mondo del marito.
Anche quella casa, a due passi da Trastevere, se la era comperata lei.
La sua casa, la prima dove tornare e sapere che avrebbe ritrovato tutto come aveva lasciato.
Tutto era diventato per lei una confort zone da cui non si sarebbe mai staccata.
Ma la lettera che le era arrivata la mattina necessitava per forza di un momentaneo abbandono del nido e un volo intercontinentale.
Da tempo immemore aspettava questo momento, e ora che era arrivato si era proiettata quasi in una trance, un sogno con lei protagonista.
Per questo stringeva attorno a se il maglione, come a confortarsi in una sorta di abbraccio consolatorio.
Aveva spento il cellulare, la segreteria inserita su quello di casa, azzerato la suoneria.
Doveva parlare alla portiera del gatto, delle piante e del gelsomino che doveva essere innaffiato con acqua dolce.
Doveva prenotare il taxi, telefonare per avere conferma che qualcuno l’avrebbe attesa al di là del mondo.
Erano anni che si teneva occupata pensando a cosa avrebbe fatto quando sarebbe arrivato il momento.
Ed ora non faceva nulla.
Faceva solo volare i pensieri come fazzoletti di carta colorata portati dal vento.
Si stupiva di stupirsi, in una sorta di cerchio che ora lei doveva andare a chiudere.
Quando Paolo aveva tre giorni lo avevano portato via.
Un inferno lungo una vita, passata a cercarlo ovunque, in ogni persona e in ogni posto dove era stata.
Lo avevano portato via, ed era finito nel limbo degli scomparsi, delle non persone.
Il tempo, pian piano, non aveva addolcito il dolore dello strappo, ma lo aveva reso più sopportabile.
Ed ora, dopo un esame medico che serviva a donare il midollo osseo, lo avevano ritrovato.
Compatibilità 100% era scritto nella lettera.
Ed era stato un colpo al cuore.
Lei che madre non era voluta essere era chiamata a dargli la vita per ben due volte.
Sarebbe partita, lo avrebbe incontrato, conosciuto, forse si sarebbe riconosciuta in un una sua espressione, dal naso o dalla forma delle dita.
Ma non gli avrebbe raccontato niente.
Gli avrebbe dato la vita ancora.
Non gli avrebbe raccontato che aveva 13 anni, che non sapeva cosa voleva dire fare l’amore, che non poteva scegliere di essere madre.
Che non aveva più voluto esserlo, perchè non si era perdonata mai.
No, non gli avrebbe raccontato degli anni in cui lo aveva cercato.
Ma se lui avesse chiesto qualcosa, insospettito dalla compatibilità?
Avrebbe sorriso e risposto: scrivevo il tuo nome ovunque, sapevo che ti avrei ritrovato.
Solo la verità.
Scrivevo il tuo nome ovunque, non ti ho mai dimenticato.

Pippo. #UnMattoAlGiorno

Pippo era il nome con cui noi bambini chiamavamo i bombardieri che passavano sopra di noi per andare a colpire le città vicine.
Appena sentivano il rumore avvicinarsi le madri, veloci come le faine del bosco, ci portavano al rifugio o in mezzo ai prati, nei fossi.
Per noi era un diversivo abbastanza divertente,specie se succedeva sotto sera, giocavamo a indovinare dove avevano tirato le bombe.
Non ci rendevamo conto che Pippo seminava morte.
Pippo era un gioco troppo grande per la mente di noi bambini.
Un giorno, però, Pippo fece una svolta a U, nel cielo grande della Pianura Padana, e venne verso di noi.
“Stè ghiò stè ghiò pinin” urlavano i grandi.
Ci buttammo dove sapevamo, chi nei fossi chi in mezzo all’erba alta, con le manine attaccate alle orecchie, per ripararle, come aveva insegnato a fare lo zio Teo, prima di andare in montagna.
Fu come se si fermasse il sole.
Divenne freddo, mentre l’aereo si metteva davanti alla luce e proiettava la sua ombra sulle case.
Un silenzio assordante, un fischio lunghissimo e un rumore forte, che più forte non avevo mai sentito.
La terra tremò, volarono dei pezzi di fango e polvere, tanta polvere.
Non so quanto durò tutto, ma a me parve eterno.
Non mi feci niente, all’apparenza, ma invece ero rotto.
Lo dicevo a mia madre che ero rotto, ma lei non mi capiva.
Mia sorella non capiva, gli amici non capivano.
Allora mi veniva la rabbia, una rabbia da bruciare dentro, e li picchiavo, forte, perchè io ero rotto e loro non mi aggiustavano.
Così son arrivato a Reggio, al San Lazzaro, Padiglione De Santis.
C’erano i bimbi rotti lì dentro.
Solo che non ci aggiustava nessuno.
Pippo continuava a volare in cielo, nessuno ci faceva nascondere nei rifugi, allora io andavo sotto al letto.
Quando finiva tutto, perchè finiva sempre tutto, a volte ci picchiavano, perchè avevamo fatto la pipì addosso, o perchè piangevamo.
Eravamo rotti, ma nessuno ci aggiustava.
Allora la rabbia mi faceva perdere il controllo, solo che ero rotto, vincevano sempre quelli vestiti di bianco.
Una volta Pippo arrivò mentre mi stavano mettendo nella vasca piena di acqua fredda, così imparavo a gettare la minestra per terra, ma la minestra mi era caduta, solo che ero rotto e non mi dava retta nessuno.
Sono scappati, quelli vestiti di bianco, lasciandomi nella vasca.
Allora ho capito, che non mi avrebbero più aggiustato.
In fondo, ero legato, non ci è voluto tanto a fare scivolare la testa sotto.
Ho pensato per un attimo a mia mamma, a mia sorella, a come sarebbero state contente che mi ero aggiustato da solo.

Questa è la Storia di Francesco (nome vero),aveva undici anni e la potete trovare al Museo della Mente dell’Istituto Ex San Lazzaro di Reggio Emilia.

Dell’Ignoranza e altre cose sui social

RADICAL CHIC

Sembra strano ma ci sono molti ignoranti che hanno studiato tanto.

Studiato inutilmente, aggiungo io.

L’ignoranza sta insita dentro di noi.

Non importa quante nozioni tu incameri, quanti libri tu legga in un anno, se non sai vivere

sei ignorante.

Ovvero ignori le regole base della vita, che sui libri ci sono, ma che tu devi avere compreso.

Una delle regole basi per il vivere bene è l’ignoranza.

Se tu ignori fatti, cose e persone mai potrai impicciarti nei loro affari ed essere quindi messo in mezzo a situazioni di conflitto.

Capisco sembri un ossimoro, ma l’ignoranza non è un male in questo caso.

L’ignoranza è invece un male quando ti fa aprire la bocca a vanvera e ti fa dire cose che non sono vere, che tu ignori e che casomai presupponi, ma che non conosci.

L’ignoranza e la furbizia vanno spesso a braccetto assieme.

Io ignoro come si…

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I Passi Perduti

Il corridoio dei passi perduti è quello più lungo da percorrere.
Porta dal reparto alla rianimazione.
Da lì, prosegue, per un piccolo obitorio.
Ecco perchè i passi che percorrono questo pezzo di ospedale, vengono chiamati in gergo ” i passi perduti”.
Chi è costretto a farli, quei passi, non vorrà mai più ricordarsene.
Il rumore dei passi perduti è diverso, io che sto sempre qui lo so bene.
Quando arriva qualcuno di nuovo, il passo è veloce, di corsa, quasi sfiora il pavimento.
Ha fretta di sapere, di vedere, di capire cosa è scuccesso.
I passi di chi è invece abituato a stare qui sono passi stanchi, trascinati, scandiscono il tempo dei secondi, che appaiono ore.
Ci sono passi che partono veloci, tornano lenti, si fermano.
Ecco questi sono i passi di chi ha perso la speranza.
Gli ultimi, sono i passi più duri, sforzati, sussurrati.
A volte qualcuno trascina i piedi, perchè l’ultimo tratto non lo vuole compiere.
Io li conosco ad uno ad uno i padroni di questi passi perduti.
Son sempre qui, la gente mi parla, in questo silenzio assordante.
Mi chiedono miracoli, mi guardano bestemmiando, alzano gli occhi verso di me, a volte increduli, a volte inconsapevoli.
In questo silenzioso corridoio tutti parlano sottovoce, sussurrano.
Per questo si sente solo il rumore dei passi.
Ed io sto qui, a contare i loro passi.
A guardare quello che capita tutti i giorni e tutte le notti.
Sono solo un Cristo di plastica.
Inutile, utile, addobbo del corridoio dove rimane solo l’eco dei passi perduti.

LA TESSERA ELETTORALE #UnMattoAlGiorno

Mario aveva passato ogni guaio pensabile ed immaginabile da quando aveva fatto il militare ed aveva combattuto la guerra.
Uomo semplice, con pochi pensieri a carico, un’ idea della guerra però se l’era fatta.
Faceva schifo.
Appena era riuscito a liberarsi della divisa e a ritornare a casa (dopo avere attraversato campi di prigionia e varie peripezie) aveva deciso che non ne voleva parlare.
Anzi, che non voleva parlare proprio con nessuno, era diventato un muto selettivo.
La faccenda, col protrarsi del tempo, iniziò a preoccupare la vecchia madre e anche la sorella, che lo fecero visitare con un inganno dal medico condotto, invitandolo a cena una sera.
Il medico, pur avendo cercato di intavolare discorsi, parlando del bollito, del raccolto o di altre faccende lontane dalla guerra, aveva solo ricevuto in cambio occhiate in tralice ed espressioni bovine, che a Mario riuscivano benissimo ed erano un’altra eredità del periodo passato sotto le armi, dove, per sopravvivere a varie angherie, scollegava occhi, mente e cuore.
Dopo un consulto con la madre e la sorella, fu presa la decisione di farlo vedere da un medico dei matti.
Sopratutto per avere diritto alla pensione di invalidità, cui la sorella teneva molto, per via di una non ben precisata dote che le serviva per sposarsi.
Vennero i gendarmi a prenderlo, e quando Mario vide le divise non la prese proprio bene.
Si dibattè con tutte le sue forze, ma alla fine, dovette soccombere.
Questa sua ribellione fece sì che la visita si trasformasse in un ricovero coatto.
Un Giudice stabilì che Mario aveva malmenato delle guardie, ma in virtù del suo mutismo, anzichè in galera, lo fece internare agli agitati di Santa Maria della Pietà.
Si dimenticò, nella sentenza di togliere a Mario i diritti civili, che erano stati stabiliti dalla Costituzione.
La sorella e la madre ebbero la pensione e di Mario non si occupò più nessuno.
Muto (anche gli infermieri avevano una divisa) e solo, divenne un numero di cartella clinica, da sottoporre a visita ogni tanto e a cui fornire i bisogni primari, come mangiare, bere e dormire.
Fino a che, non arrivarono le prime elezioni, e all’anagrafe del Comune a qualcuno venne in mano il nome di Mario, stampato su una tessera elettorale nuova di zecca.
Ha combattuto sotto Mussolini disse uno, è dei nostri e deve votare!
Ha fatto il campo di prigionia, è uno di sinistra di sicuro, disse una altro, deve votare!
Divenne fra la cellula di sinistra e il bar dei democristiani un motivo di discussione.
Valeva la pena, per un voto, cercare Mario?
Decisero tutti di sì e andarono dalla sorella, che nel frattempo aveva sposato un barbiere di Roma e viveva nella Capitale.
Prima i compagni, poi gli altri, avevano bisogno di quel voto per fare quadrare la loro percentuale.
La sorella capì che poteva guadagnarci qualcosa a vendere il voto.
Fu una misera asta, ove il vincitore si appropriò della tessera elettorale di Mario, e lo andò a trovare al manicomio, dove nessuno mai aveva chiesto di lui.
Gli portarono, al parlatorio, una torta di mele, di cui la sorella vagamente ricordava fosse ghiotto.
Mario non li riconobbe, non ricordava chi fossero quelle persone che aveva davanti, che gli sorridevano e gli spiegavano che avevano ottenuto un permesso, lo avrebbero portato a casa, per votare.
La mancanza di mimica di Mario li sconvolgeva, ed uno, per fargli capire gli mostrò la tessera elettorale.
Fu questione di una manciata di secondi.
Svelto come un fulmine, inaspettato come una bufera Mario la prese e la mangiò, lasciando interdetti e spaventati i personaggi che aveva davanti.
Emise un suono, prima che gli infermieri lo portassero via.
C’è chi giura che fosse una bestemmia.
La storia di Mario è nella Biblioteca di Santa Maria della Pietà a Roma, insieme a tutte le altre che ho scritto.
Grazie.

REGOLAMENTI IN AMORE

Partiamo dal principio.

Non tutti i rapporti sono chiari alla luce del sole.

Quando eravamo ragazzini era più semplice, un bacio e la fatidica domanda “vuoi filare con me?” rendeva tutto più chiaro.

Ora che siamo adulti, invece, e addirittura dormiamo con l’amato bene, delle volte abbiamo l’incertezza di essere accoppiate.

Eh si ragazzi miei, perchè la nebulosità dei rapporti più diventiamo grandi è fitta, come la nebbia in val padana.

Se incontri una persona parte il balletto del chiamo non chiamo oddio mi stolkera, perchè non mi stolkera?

Insomma la versone aggiornata di toccami Ciccio, mamma Ciccio mi tocca.

Quindi mettiamo delle regole.

Se mi baci con la lingua per più di una volta STIAMO ASSIEME.

Se facciamo una vacanza di due giorni STIAMO ASSIEME.

Se scopiamo STIAMO ASSIEME.

A meno che non sia stato detto palesemente il contrario prima di procedere ad uno dei tre casi sopracitati.

Perchè la vita già è complicata, abbiamo tempo per poche cose, se poi passiamo il giorno a pensare sono fidanzata o no?
E’ finita.

Allora perchè non dobbiamo stabilire da subito queste semplici regole di base?

Se trovate complicato parlarne con l’oggetto dei vostri desideri, fate una cosa prendete un bel foglio A4 e scriveteci sopra la domanda fatidica.

Stiamo insieme? Metti la crocetta sul SI O NO.

Chiaramente lasciateglielo bene in vista, che so sull’auto tipo multa (sarà sollevato di non averla presa e quindi sarà ben disposto a rispondere) o nel bagno.

Potete infilarlo sotto alla sua porta, o nella sua tasca.

Un consiglio, firmatevi.

Se non lo fate, lui potrebbe considerarsi fidanzato con un’altra.

Il posto vuoto

Tutte le mattine che Dio mandava in terra, a parte qualche riposo, Ermanno prendeva il treno che lo portava al lavoro in città.
Stesso orario, stesse facce, stesse espressioni tra lo scocciato e lo stralunato di chi deve fare una levataccia.
Ermanno, tutte le mattine, si sedeva allo stesso posto.
Al suo fianco, una signora, né bella né brutta, né alta né magra, né giovane né vecchia.
Si bofonchiavano un buongiorno e poi iniziavano le loro attività.
Lei telefonava sottovoce a qualcuno, lui scorreva le news sul tablet.
Quando lei scendeva, Ermanno si alzava in piedi per farla passare.
Fintanto che lei gli disse “stia fermo lì, rimanga seduto”, cassando questa sua piccola galanteria, quasi a fargli notare che lei passava benissimo e non era curvy, ma magra.
Ermanno rimase seduto.
Era avvezzo a ricevere ordini dalle donne.
La guardò scendere, come tutte le mattine.
Era media pure vista da dietro.
Non si era domandato Ermanno come mai il posto di fianco alla donna era sempre libero.
Forse glielo teneva lei.
Forse nessuno voleva sedersi vicino a una donna media.
Eppure, tutte le mattine, quel sedile era la sua confort zone.
Sapeva di trovarlo libero.
Lei, invece, si chiedeva perchè questo uomo le rivolgesse a malapena la parola dopo settimane di viaggi condivisi e di sfioramenti involontari.
Va bene l’educazione, ma qualcosa vorrà dire , disse lei alle
colleghe.
Iniziò a truccarsi un filo di più, a darsi un minimo di profumo, a indossare un giaccone carino.
Ermanno pareva non essersi accorto di nulla.
Le amiche vivisezionarono ogni comportamento di Ermanno.
Timido.
Gay.
Sognatore.
Ognuna dava la sua versione del comportamento di un uomo che non corrispondeva a nessun canone da loro conosciuto.
Anche Ermanno pensava alla donna.
Al buongiorno sussurrato, al fatto che si davano del lei, al posto sempre vuoto al fianco.
Forse lei voleva conoscerlo meglio.
Inziò anche lui a tenersi un pochino meglio, a sorridere mentre si sedeva.
Le cedette pure il bracciolo, che fra i pendolari, si sa, equivale a una dichiarazione quasi di amore.
Lei lo notò, e scendendo gli disse ciao.
Sorrise, Ermanno.
Era quasi fatta.
Dal ciao a chiederle di spostarsi di posto e lasciargli quello che lei occupava sarebbe stato un attimo.
Lui adorava sedersi vicino al finestrino, ma c’era sempre lei.
Ancora per poco, pensò Ermanno.

Ninna nanna ninna oh…

Che cazzo ne sapete voi, se non ci siete passati.
Che cazzo ne sapete voi, che cosa vuol dire.
Che cazzo ne sapete voi, che l’eroina ve l’hanno raccontata i superstiti della prima guerra, quelli che chiamate fattoni, ma che di fatto sono dei sopravvissuti.
Loro, i fattoni, quelli che hanno fatto gli anni migliori a cercarsi delle vene buone, mi avevano sgamata subito.
Uno una sera mi ha picchiata quasi, mentre ero a cercarla.
Me ne sono andata, ma tanto chi mi dava la roba era sempre in grado di trovarmi.
Da piccola avevo paura delle iniezioni, non volevo vedere l’ago.
Le prime volte non mi bucavo, la tiravo.
Ed era bella, mamma mia, che bella è, le prime volte.
Poi diventa sempre più necessario, per vivere, usarla.
Se mai sono stata fedele a qualcosa, l’eroina è stata sicuramente quella.
Così, perchè la vita fa schifo pure a 18 anni, e “perchè tanto io a rota non ci sarò mai”, ho iniziato ad avere sempre più bisogno della sua bellezza.
Il primo buco è stato meglio di mille volte fare l’amore.
Ero bella, avevo 16 anni, e credevo che a me sarebbe andata bene.
Invece, dopo poco, inizia la merda vera.
Senza non ci sai stare, devi fare qualcosa per trovarla, fosse anche rubare a tua madre, a tua sorella, a tua nonna.
Non sei più la bella de casa, diventi una merda che cammina, stai bene solo fatta, non hai più nessuno se non la siringa e un cucchiaino, un laccio e un poco di limone.
Non ti interessano le amiche, i libri, andare a ballare.
O meglio, ti interessano, ma solo dopo.
Così.
Tutto viene dopo.
Tutto dopo di lei.
A 18 anni, bella come il sole fuori e marcia dentro come un cadavere in putrefazione.
Ci ho provato a dimenticarla, a ritornare normale.
Ma era impossibile, così come per Ulisse era impossibile ascoltare il canto delle sirene.
Allora mi hanno legata in una comunità, lontana da casa.
Sperando che io non sentissi.
Ma il canto delle sirene arrivava fino a lì.
E l’ho seguito.
Sono stata sfortunata, nel mio cammino.
Ho incontrato un uomo che mi ha portata a casa sua.
Che ha capito che volevo seguire il canto delle sirene.
Anche quando faceva i suoi comodi sopra di me, non pensavo a lui.
Pensavo a lei.
Come ha finito mi ha pagata,mi sono rivestita e sono corsa dalle sirene.
Poi sono diventata una notizia di cronaca.
La mia fine la sapete tutti.
Ho incontrato l’uomo nero.
Solo che l’ho incontrato 100 volte.
Era l’uomo nero quello che mi ha regalato la prima dose di felicità.
Era l’uomo nero il mio fidanzato che mi reggeva il braccio per farmi trovare meglio una vena.
Era l’uomo nero quello che comprava i gioielli di mamma al Compro Oro, senza chiedere i documenti e dandomi la metà dei soldi.
Era l’uomo nero quello che mi ha dato un passaggio e a casa sua mi ha scopata per 50 euro.
Era l’uomo nero quello che mi ha vista viva l’ultima volta e non ha chiamato aiuto.
Ninna nanna ninna oh
questa bimba a chi la do…
la darò all’uomo nero che la tiene una anno intero…
Mi ha tenuta per sempre, invece.